2 – DACCI OGGI IL NOSTRO SONNO QUOTIDIANO…

Dopo un avvio lentissimo, l’incubo e l’angoscia di una nuova interruzione degli studi, l’inizio del secondo anno e della serie di tredici esami uno dopo l’altro in meno di due anni, mi restituirono fiducia e sicurezza per la realizzazione di quella che era nata un po’ come una sfida; questi risultati stupirono me stesso, quasi fossi altro da me… furono due anni intensissimi, per certi versi esaltanti, con pochi nei d’altro tipo, da me sempre esorcizzati per lo spiccato istinto di autoconservazione.

Quando il vento è in poppa tutto fila liscio, così, una volta smatricolato, il mio inserimento nell’ambiente universitario fu entusiasmante; una nuova nascita, il piacere di trattare con chi parla la tua stessa lingua o almeno una che le somiglia tanto; non tardarono a venire gli scambi culturali e didattici, le prime amicizie, le socializzazioni, il sentirsi parte come a me piaceva.

Nello stesso periodo fu molto intensa la mia collaborazione con alcune riviste sarde, anche il mio voto si radicalizzò, abbandonai quello radicale per l’indipendentista, militavo nel sindacato etnico, davo vita a s’Academia, ebbi la fortuna di conoscere direttamente maestri come Francesco Masala, Matteo Porru, Francesco Casula e diversi altri intellettuali sardi.

Non mancarono momenti di stress, lo studio intenso, il lavoro, le attività culturali, le poche ore di sonno, alcuni crolli mi sorprendevano improvvisamente ed erano la spia di un impegno eccessivo…

In questi casi è importante saper mettere il piede sul freno, sapersi gestire, trovare un ambiente favorevole e questo c’era. In fondo, in questo periodo intenso che abbraccia per intero il novantasette e il novantotto – in cui trovai anche modo di curare e pubblicare l’antologia “Per Gramsci…” (lavoro impegnativo e di mesi che cito, ma che meriterebbe un’apposita trattazione), pubblicare a puntate il mio romanzo “Estremisti!”, organizzare premi letterari e convegni – era solo necessario aumentare un poco le quattro o cinque ore di sonno quotidiano.

Fu all’inizio del terzo anno che si verificano alcune novità, sebbene non determinanti rispetto al mio disegno di studi, tuttavia rispetto all’evoluzione sostanziale di un discorso avviato in un certo modo.

La mia materia di laurea, dopo aver cambiato denominazione, avrebbe cambiato docente e anche oggetto di studio, non più Storia moderna della Sardegna – dunque sul periodo che andava dalla fine del Giudicato d’Arborea al Periodo Rivoluzionario sardo – ma Storia contemporanea, con la Sardegna ormai annessa allo stato italiano, che perdeva pure il nome dell’antico Regno infeudato agli aragonesi (e, per inciso, il fatto che il nuovo stato ”italiota” – cito Masala – inizialmente si chiamasse per necessità Regno di Sardegna, non mi lusinga affatto) e senza più storia. Questa decisione, sollecitata pare in ambito ministeriale, tendeva ad allontanare la memoria di quella che fu una Sardegna indipendente o almeno con una propria statualità.

Da questo punto di vista pioveva sul bagnato, si era di fronte all’ennesimo complotto diabolico tendente a privare i sardi di qualsiasi autonomia, compreso il diritto di conoscere e discutere della propria Storia.

Già da qualche anno una circolare ministeriale (siamo nel tempo del primo governo Berlusconi) era intervenuta affinché l’insegnamento Storia della Sardegna mutasse denominazione in Storia di una regione italiana, adducendo ragioni di conformità con le altre università dello stato… Una vera provocazione di stampo fascista. La cosa mi sconvolse parecchio. L’insegnamento che avevo scelto per scrivere la tesi non poteva aver mutato la sua denominazione in modo così blasfemo! Per qualche tempo la cosa mi tormentò e ne scrissi in articoli sulle riviste con cui collaboravo. Ne discussi anche con la prof che allargò le braccia dicendo che la sostanza non sarebbe cambiata (si è poi visto!). Una volta, al termine della lezione di Storia Medievale, posi la questione a prof. Francesco Cesare Casula, nel merito la pensava come me e anzi sostenne che l’insegnamento avrebbe dovuto chiamarsi Storia di Sardegna, ma spiegò che il Consiglio di facoltà, dopo diversi solleciti del ministero e alcuni tentativi di resistenza, dovette mutare la denominazione.

Il fatto rimase pressoché sconosciuto e ogni volta che ne facevo cenno gli interlocutori restavano increduli. E’ superfluo commentare un fatto del genere, non solo lede l’autonomia dell’Ateneo, ma denomina ambiguamente un insegnamento per motivi meramente nazionalistici, insomma al ministero non avevano altro da fare…

Mi dovetti dunque affrettare a dare il biennale con la prof e adottare come materia di tesi Storia Moderna, con connotazione sarda. Lo decisi con lei, in margine ad uno degli incontri per l’esame di Storia moderna II e alla prima occasione avrei messo nero su bianco nel Piano di studi.

La prof infatti usava riunire chi era orientato a discutere la tesi con lei in lezioni preparatorie degli esami biennali; eravamo una decina di studenti, le lezioni erano interessantissime, utili, formative, quanto informali. Ci si riuniva nello studio della prof, nell’ultima aula del terzo piano del dipartimento di Storia.

In uno dei primi incontri assegnò a tutti una tesina da preparare, la mia riguardava le torri litoranee di difesa, le torri saracene. Doveva essere un’esercitazione per la preparazione alla scrittura della tesi (qualche tassello veniva già posto: in quel periodo scoprii che il mio quintisnonno Antonio Pistis è stato sindaco di Ales nel 1822, era attinente e mi ripromisi di citarlo nella tesi) e avremmo dovuto passarci tra noi il lavoro compiuto… questo avvenne molto parzialmente, anche perché a fine anno ci fu un nuovo colpo di scena: la prof aveva preso il suo anno sabbatico, ma scoprimmo anche che era stata collocata in pensione, così il gruppo si disgregò.

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7 risposte a 2 – DACCI OGGI IL NOSTRO SONNO QUOTIDIANO…

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  5. Liz ha detto:

    Tra poco arriva il 2022 e tu diventerai Sindaco di Ales!!!!
    Ed io voterò per te!

  6. giulia ha detto:

    amico mio, hai ragione.
    è naturale aver paura del diverso, di chi non conosciamo, è un meccanismo di difesa che il cervello utilizza anche per semplificare la realtà esterna e certe volte funziona “alla grande” come campanello d’allarme in caso di pericolo.
    Però non si può vivere guardando all’altro come se fosse sempre diverso…, bisogna iniziare quello che viene chiamato colloquio: parlare insieme e viverci insieme.
    Poi ci sono altri problemi che insorgono, soprattutto quando persone si ritrovano sradicate dalla prorpia casa e arrivano qui senza nulla, senza diritto a nulla, senza possibilità di esprimersi liberamente, a lottare per un lavoro, per una casa…
    Sì, la conoscenza è un processo lungo, che non ha mai fine…tra tutti gli umani.

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