3 – L’EMOZIONE DI PALABANDA

198 anni dopo: spazziamo via dalla Sardegna la vergogna delle vie intestate ai Savoia e dedichiamole ai nostri patrioti…

Mentre è in preparazione il terzo frammento di “Ritorno a Rivoluzionari in sottana”, in attesa, posto qui il primo documento in onore dei patrioti caduti in seguito alla Congiura di Palabanda.

Si tratta dell’estratto del libro che cita i Club giacobini presenti a Cagliari alla fine del Settecento, pagg. 31 (parte), 32 e 33 (parte).

da “Rivoluzionari in sottana” – cap. I

Sui fatti iniziati il 28 aprile, “occorre tener presente l’influenza esercitata dalla Rivoluzione francese…che ebbe un peso decisivo negli Stati di terraferma”.[1]

La situazione politica sarda del tempo può essere sintetizzata nelle posizioni progressista e reazionaria, ciascuna delle quali si differenziava ulteriormente al suo interno.

Tra gli innovatori vi erano almeno tre posizioni: moderata (raccoglieva in particolare impiegati, burocrati, nobili. Poteva annoverare il Pitzolo), democratica (intellettuali, basso clero, frange del popolo), rivoluzionaria (venivano da club repubblicani e logge massoniche presenti fin dal 1739. Giommaria Angioy ne era il leader). Essi, eccetto i moderati, intendevano rovesciare il regime feudale e la monarchia.

I reazionari erano i baroni o latifondisti, con posizioni più sfumate, riassumibili nei realisti ultrareazionari (che erano per il colpo di mano militare, come il Paliaccio della Planargia), moderati (vantavano maggiore autonomia rispetto a Torino), democratici (intellettuali, nobili senza terra [cavalieri], basso clero, frange popolari. Vi si può collocare il Pitzolo al ritorno da Torino. Erano per mantenere lo statu quo). [2]

Già da tempo agivano a Cagliari almeno quattro club progressisti: quello di Palabanda, che prendeva il nome dal giardino dell’Avv. Salvatore Cadeddu, ove si riuniva; frequentato da studenti, ed era il più politicizzato; quello del collegio dei nobili dell’Avv. Luigi Matteo Simon, frequentato dai redattori della Gazzetta; quello di casa Angioy, frequentato da Mussio, Sisternes, Pintor, Cabras, Simon, Obino, Sirigu, capi della sommossa del 28 Aprile;[3] 

ed infine quello di casa del canonico Cossu, fratello di Giuseppe.[4]

Dal rifiuto delle domande avanzate come contropartita per aver difeso il Regno, le posizioni si estremizzarono e il 28 aprile 1794,[5] l’arresto dell’avv. Cabras diede il pretesto per la sollevazione popolare.

 L’avv. Efisio Luigi Pintor, suo genero, sfuggito all’arresto, incitò il popolo di Stampace, e in poco tempo fu preso il Castello di Cagliari, ove aveva sede il potere viceregio. Tutti i piemontesi vennero imbarcati e cacciati dall’isola in pochi giorni, compreso il viceré Balbiano.

I Savoia provarono a rimediare attribuendo delle cariche a capi moderati come Gavino Paliaccio della Planargia, Gavino Cocco, Gerolamo Pitzolo, appena rientrato da Torino,  Antioco Santuccio, che fu mandato a Sassari .

Successivamente gli Stamenti stesero un manifesto giustificativo dei fatti del 28 aprile, sostenendo che essi furono provocati dalla necessità di avviare un’epoca di contentamento dei sardi.[6]


[1] Secondo Sole, le sommosse sarde non avrebbero nulla a che fare con la Rivoluzione francese, ma deriverebbero dalla fame, dal voler scrollarsi di dosso le ingiustizie. L’unico rivoluzionario nel vero senso della parola fu Gioacchino Mundula, sempre coerente. Lo stesso Angioy fu acquisito alla rivoluzione in un secondo tempo. C. Sole,  Op. cit.,  cap. 3.

G. Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Bari 1984.

[2] A. Zidda, Gli stamenti sardi e il movimento democratico di G.M. Angioy negli anni 1795/1796 (tesi di laurea, Facoltà di Magistero, Corso di laurea in Pedagogia. A.A. 1972/73,  relatore Bruno Anatra). 

[3] F. Sulis, Dei moti popolari liberali dell’isola di Sardegna, Torino 1978.

[4] AA.VV., Sa die de sa Sardigna, Cagliari 1998,  pag. 116 (testo di L. Del Piano) 

[5] Tra le varie cronache del giorno, vedasi in Archivio di stato di Cagliari (ASC), Archivio Addis, cartella 14/2, Verbali stamento ecclesiastico. Cronaca del 28 aprile 1794.

[6] ASDA, Ordinarium Episcoporum – Aymerich, fascicolo 4/139 (1791). Documento congiunto degli Stamenti del 30 maggio 1794.

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7 risposte a 3 – L’EMOZIONE DI PALABANDA

  1. baby ha detto:

    bè… :) ora cancello però.

  2. emma ha detto:

    Non so. Alcuni, come sofri, hanno proposto un referendum, ma vediamo quale sia stato l’esito del referendum in altre zone, come a Vicenza. Purtroppo si è disposti spesso a vendere il proprio territorio pensando alla pagnotta dell’oggi senza pensare al nostro futuro. Per assurdo sono più obiettivi chi vede la problematica dall’esterno.
    grazie…

  3. francy ha detto:

    Ma ti fidi di uno che militava in rc?

  4. emma ha detto:

    Come hai passato il tuo fine anno?
    Classifichi i finali a seconda del pathos che suscita, mi pare di capire dal tuo commento.
    Di solito tutti ci lasciano a bocca asciutta e vorremmo che continuassero e non avessero fine…

    Un abbraccio,
    BUON ANNO

  5. Emma ha detto:

    BUON ANNO!
    Per un 2011 di felicità!

  6. Ester ha detto:

    Ciao, bello questo blog.
    Mi piace capire com’è nato questo libro. Anch’io ne sto scrivendo uno…

  7. Baby ha detto:

    Ciao,
    mi hai emozionato.

    Buona domenica,
    baby

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